mercoledì 22 febbraio 2017

Nessun obbligo di commento

Il mio blog è la MIA isola felice.

Quella zona franca nella quale i filtri sono stati mandati beatamente a farsi benedire, la mia parola è l'unica a contare, ed il mio giudizio l'unico a valere l'assoluto.

Anche quando ho torto.
Anche quando è insindacabile che non sia così.
Anche quando non sono oggettiva.

Siccome non è tanto più, solo uno spazio privato, lontano da occhi indiscreti che mi vegliano anche nel quotidiano, ho preso la (cattiva) abitudine di edulcorarmi, a beneficio del "è giusto così", ma mi sono stufata.

Non mi interessa se offenderò, se creerò scompiglio nel mio quotidiano, se qualcuno sarà piccato, voglio riprendermi il MIO spazio, senza dover niente a nessuno.

Tanto più che il mio karma fa già sufficientemente cagare, da poter reggere all'ennesima occhiata storta...

Voglio quindi palesare tutto il mio disappunto per la maternità altrui.

Avete rotto i coglioni.

Ve lo dico col cuore in mano, l'invidia nel suddetto cuore, e la certezza che generalizzare sia un sistema bieco di trattare le cose.

Ma avete rotto i coglioni lo stesso.

Donne che adoravo e stimavo, intelligenti, risolute ed ironiche, che rimangono incinte e diventano mono argomentative, trattando solo ed esclusivamente del loro pancione e della loro creatura.
Sempre 
E comunque.
E dovunque.

Foto su foto su foto su foto.
Notizie su notizie su notizie su notizie.
Chat su chat su chat su chat.

Il mondo che mi ruota attorno è una gigantesca nursery, stra colma di pannollini, di prime paroline e di feste di compleanno e battesimi e video... 

E sarà così per i prossimi 15/20 anni...
Dovrò pipparmi pancioni che stra bordano, discussioni cretine sul metodo Montessori, sulle gelosie dei primogeniti, e sulle ansie per i nuovi arrivi...

La zia rossa dovrà partecipare e sorridere, e fingere e fingere e fingere; per poi arrivare a casa distrutta nell'intimo, con un matrimonio ormai minato ed una vita che non mi viene di ricostruire, solo perché, tutte si... ma io no.

E mi state tutte sui coglioni.
Vi detesto, fortunate gestanti che non siete altro... 

Detesto il fatto che voi abbiate una vera famiglia; detesto che voi possiate tramandare voi stesse; detesto che voi costruiate qualcosa.
Ma, soprattutto, detesto che io non posso.

E non mi consolate dicendomi che, anche in due si è una famiglia.
Cazzate.
In due si è una coppia.

E non mi consolate dicendomi che potrò realizzarmi in altri modi.
Grazie al cazzo.
Ma io volevo scegliere.

E non mi consolate parlandomi di quanto poco spazio abbiate per voi stesse.
Inculatevi.
Vi regalo ettari su ettari.

E non mi raccontate la favoletta della vostra amica che, quando non ci pensava più, o che si è rivolta al guru, o che ha adottato...
Fanculo.
Queste storie non possono essere la mia storia.
Risparmiatemi.

Certo, so benissimo di non essere la sola a doversi fronteggiare con questa mancanza che io chiamo lutto.
No, certo che no.
Ma il mio dolore è l'unico che mi interessi davvero, di quello delle altre non so che fare.
Con rispetto.
E invidia.
Tanta tanta invidia.

lunedì 20 febbraio 2017

dammi la forza per accettare ciò che non posso cambiare

Non è vero.
A volte non conosci nemmeno i motivi,
 e se li conosci non ti va di dar loro retta.

E se non vuoi dare loro retta, 
è perché è meno doloroso così.

Che tutti sono sempre pronti a dire di quanta soddisfazione diano le cose difficili,
 quelle che bisogna lottarsi con le unghie e con i denti, 
ma quasi nessuno ammette che sarebbe più bello godere semplicemente e banalmente 
di una bella cosa che va ESATTAMENTE come speravamo andasse.

Mi piacciono le persone risolte, 
quelle che sembra che abbiano capito tutto.
...o forse quel tutto si sono limitate ad accettarlo.

Fattostà che sorridono al loro "ora e qui"
e non si scavezzano il collo, nella suprema ricerca di un senso...

"Dammi la forza per accettare ciò che non posso cambiare..."
lo recitano davanti a Dio, 
io che a Dio ci credo ma non lo so se c'è per davvero.
...perché se c'è mi deve spiegare perché si diverta poi così tanto con noi e con la nostra felicità.

Forse c'è che la felicità non la si deve cercare: 
si deve essere grati se ci passi vicino e ti sfiora,
punto.

...ma se la cerchi, perdi in partenza,
perché tanto non ti è dovuta.

Io quello che voglio lo saprei anche,
ma so di non poterlo avere,
e so di non essere capace ad arrendermi al fatto di non averlo.

Un circolo vizioso che mi corrode,
e prima o poi mi annienterà.

Perché non voglio che crogiolarmi nel dolore del non avuto.

...e se sbaglio, 
tanto peggio per me.


venerdì 17 febbraio 2017

Binari e rotaie...

Sto riflettendo sullo scendere da un treno in una stazione nella quale non conosco nessuno.

Confondermi in mezzo a volti mai visti, che mai più rivedrò, e camminare con la testa alta e gli occhi pronti a cogliere sfaccettature ambigue, scordate da un cervello pigro, sottoposte al tutto per un niente. 

Non sono mai stata una soluzione vagabonda in una vita inquadrata, ma mi sono omologata a quello che mi circondava con cheta accettazione priva di ribellione.

E si che so di non essere un'illusa: sapevo che avrebbe potuto pesarmi la mia volontà di guerriera!

Sapevo che sarebbe saltata su un giorno, ed avrebbe rovesciato il tavolo delle certezze, sulla quale sarebbe stata adagiata un'esistenza fatta di inquieto ma soddisfacente, per gli altri però.

In assenza di risposte, mi pongo tante di quelle domande da logorare il poco che ho dentro.

Quando si apre il vaso di Pandora; quando cade la goccia che quel vaso lo fa traboccare; quando la prospettiva che avevi, spezza le ali ai sogni che vorresti fare; quando la soluzione presuppone di scardinare tutto...

Queste le varianti che hai lasciato sul sedile scendendo dal treno.

Lasciarle correre altrove, liberarti di esse per qualche tempo, con la consapevolezza che sapranno ritrovarti, ma non ora, non qui.

Esigenza che presuppone l'essenza di regole, l'abbondare di utopia, l'ignoranza del buon senso.

Che poi, cos'avrà fatto di male poi l'utopia?

mercoledì 15 febbraio 2017

ieri era San Valentino

Esageratamente.

Voglio tutto esageratamente, altrimenti non ne vale la pena.

Ieri è stato San Valentino.
La festa degli innamorati, per i pochi alieni che mi leggono e che non sanno a cosa corrisponda il 14 febbraio.

Beh, che dire o dirvi dirimpettai belli, io ieri mi sono goduta una giornata da innamorata di me... non del tutto, avrei potuto fare di più per me stessa medesima, ma suppongo di poter sopperire in questi giorni.

Ho lavorato, mi sono allenata di bestia, sono stata dal parrucchiere per il colore, ho finito un libro e mangiato un dolcetto a forma di cuore, e alle 22 e poco più mi sono persa tra sogni e coperte.

Avrei voluto cenare con del sushi, farmi fare un massaggio al viso, comprarmi un bel regalo e vedere un film che facesse piangere...

Un San Valentino poco poco de merda, oggettivamente parlando, ma comunque buono da vivere.
Non quello che avrei voluto, ovviamente, ma quello che mi è stato dato, e l'ho preso con spirito benevolo.

Perché fosse stato per me, avrei voluto eclatanza.

Scatola a forma di cuore con cioccolatini, post con una canzone d'amore sul profilo facebook, un pacchetto da scartare, una cenetta romanticosissima con tanto di ristorante gremito di palloncini rossi che accolgono le coppiette...

Cose di una banalità stravolgente, di quella banalità che serve alle persone ciniche come me, per rimettersi in pari con il mondo, perché il cactus che sono ha la sua parte carina e coccolosa che necessita di avere un abbraccio ogni tanto.

E quell'abbraccio deriva da queste cose qui.
Da queste piccolezze, stupide e superficiali, io prendo la forza per essere "cattiva" come sono, perché di pancia agisco, ma con la testa continua a rullare sulle solite questioni.

L'amore è una cosa semplice.

L'avrò scritto mille volte nei miei post, su facebook, ed anche parlando o confrontandomi con gli amici; perché lo penso seriamente!

E' un sentimento talmente pieno di implicazioni, che se non lo si tratta con la leggerezza che merita, rischia di sovrastarci... mentre lui è dentro, e se noi non lo percepiamo come tale, il problema c'è.

Ed io un problema ce l'ho.

San Valentino è passato.
Si è lasciato alle spalle una quintalata di messaggini da Bacio Perugina, settemila e ottocento post al veleno di bieca invidiosa ironia, e un incontrollato numero di spermatozoi finiti chissà dove...

Con me il cioccolato, non rimane alle spalle, al massimo mi rimarrà sui fianchi.

lunedì 13 febbraio 2017

Oltre al tip tap e alla love story: La La Land!

La La Land.

Ebbene sì.
Finalmente l'ho visto anche io.
Ed ora vi propino la mia recensione, perché io la vostra l'ho letta e commentata; ho sopportato il vostro entusiasmo, supportato il vostro diventare cine blogger, preso atto del novello amore per il tip tap dilagato.

Me lo dovete.

Quindi, iniziamo.

Mi siedo in una sala del centro, dall'acustica imperfetta, le pellicce borghesi e il tweed intellettuale, e nel vedere colori e musica che scardinano lo schermo, con il danzerino incipit, figlio del miglior musical di Broadway e dintorni, escalmo: "Già amo questo film!".

Ed è esattamente così: un film così riesci ad amarlo.
Ne ami le note lievi, la soave carezza d'altri tempi nonostante il tutto si svolga ai giorni nostri, la sincerità del sogno con un prezzo, l'ironia esibita e mai nascosta, l'eccentricità démodé di personalità che si tengono per mano ma scappano in direzioni opposte e contrarie...

La trama?
Due sogni continuano ad imbattersi l'uno nell'altro, incrociano i reciproci testardi e determinati passi, e si uniscono, vicendevolmente nutriti dell'entusiasmo cieco dell'amore reciproco.

Lei è un sogno inflazionato, tenuto bene ma usato spesso; lui è un sogno senza compromesso, utopista e dai confini non barattabili; loro sono una realtà difficile, che si scontra indelebile ma stridente... e finché ad unirli è la speranza, bene... ma quando arriva il successo a senso unico le gambe tremano, e non è un ballo alle luci dell'alba a farle fremere. 

Allontanarsi. 
Accettare che il fatto di essere sogni, impedisca alle persone che permettono loro di esistere di non poter stare insieme, perché cos'è l'amore quando a portata di mano ce la realizzazione?

È un bel film.
Non così eccezionalmente lucente, come ho letto da qualcuno, ma ha una forza struggente ed onesta, che inizialmente nemmeno avevo intravisto per sbaglio.

La Stone, a parer mio, è sopravvalutata, sebbene abbia il giusto volto volitivo che pare disegnato ad hoc per il ruolo; Gosling è meno canonicamente inquadrato, ma ha più veemenza in ogni scena, ed una statuetta può meritarla.

Casomai dovesse capitargli, non sarà l'unica: è un film piglia-Oscar per antonomasia, e fa il suo con testardo impegno riuscito. 

Se non lo avete ancora fatto, andatelo a vedere, "perdeteci" tempo, innamoratevi di sogni non vostri e magari sviluppate rispetto poetico per quelli che avete posposto... merita!  

sabato 11 febbraio 2017

Torino: bocciata

Torino fa schifo.

Mi scuso con la compagine torinese che mi segue (se esiste), ma non riesco a dirne bene.

Ovviamente è un parere personale, un parere tutto mio, soggettivo senza dubbio, ma così è.

Attenuanti?
Uno stato d'animo prossimo al suicidio assistito da me stessa; un clima uggioso da eterno inverno; una dubbiosa chiusura di tanti esercizi commerciali che lascia spazio vuoto nelle vene principali del centro.

E poi c'era il fatto che avevo voglissima di vedere Torino, non vedevo letteralmente l'ora.

Sciocca Patalice, ancora non hai appreso il potere malefico delle aspettative?

Macché...

Eh va beh, niente...
Sono stata a Torino e non ci tornerei a breve poi tanto volentieri... giusto per il concerto dei Coldplay o di Ed Sheridan, ma tanto non ci sono i biglietti, quindi... 

Per fortuna, a salvare la situazione, su tutto, la mostra di Toulos Lautrec a Palazzo Reale (che invece è démodé e noioso come un passato senza emozione...), ed il fatto che Jn fosse la mia compare di disavventura.

Il bicerin è buono, ma una banale tazza di cioccolata calda carica carica di panna montata avrebbe fatto lo stesso effetto; i toast sotto i portici sono più scarsi e cari di quelli gourmet, mangiati in una start-up potenziale catena; e le bancarelle del libro non hanno il fascino vintage e vagabondo, di quelle viste a Genova un anno fa, però qualche affare si può fare... 

Eh va beh alla seconda.

Il prossimo weekend avrà un aereo ed una lingua differente, ed ancor più aspettative, ma spero almeno che il mio animo sia meglio predisposto... 

Alla fine, nonostante la delusione, la cosa bella vera veramente è andare.

Viaggiare è diventato un obiettivo, da perseguire senza remora, ma con la fretta di conoscere e scoprire, di aprire piccole finestre sull'animo del mondo, e non mi fermo. 

giovedì 9 febbraio 2017

Safari dentro la mia testa. E nel cuore. E nell'anima.

E come spessissimo accade, mi sono svegliata ed ho pensato che fosse arrivato il momento di farla finita con la tristezza atavica, quella che prende attanaglia e non lascia liberi nemmeno i sospiri.

Mi succede sempre così.
Quando il gioco si fa duro, ma duro duro in modo assurdo, io mi metto in balia alla me stessa che sente e prova, quella che è legata a doppio filo alle emozioni, e che le emozioni le subisce, e che ne è sopraffatta.
Quella che piange senza velo, che si scopre senza tentennamenti e senza mezzo termine.
Quella che riesuma tutto il suo peggio, e lo trasforma in tragedia, che qualunque cosa possa guardare la vede nera, ed ogni sfumatura di grigio appaia funerea.

Io faccio così.
Mi lascio tiranneggiare dal negativo e dal negativismo, per poi, come se niente fosse stato, le lacrime versate ed il dolore percepito squartante, nulla; scuotere la testa e vedere un raggio di sole inesistente.

Non è cambiato nulla da ieri, ma io mi sono finalmente stufata di piangermi addosso.

Non è molto, ma è quel qualcosa che serve.

Non sono "guarita", non ho trovato soluzioni di sorta, ma ho deciso che dovevo farla finita con l'infelicità infelice.
Quella che pregiudica le scelte, perché ora siamo a questo punto: al punto delle scelte.

Gli occhi.
Mi cambiano gli occhi.
Ed i pensieri nella testa.
Cambiano.
Traslano tornando vincitori.
Che non ho un cazzo da festeggiare o da sentire come "bello e buono", ma il mio "io" inizio, o meglio, ricomincio, a vederlo così.

Bello e buono.

Perché a me questa vita di merda piace un sacco. 

Mi piace perché è stata negata a tanti, probabilmente più meritevoli e meno fallibili di me; mi piace perché da me prende le direttive giuste per non essere (quasi) mai banale e fine a se stessa... 

Io e la mia amica Tatuata, abbiamo festeggiato la fine di gennaio, come se fosse la fine dell'anno.
L'abbiamo fatto con l'amica artista, perché abbiamo avuto un gennaio di merda, e non era minimamente accettabile potessere essere l'incipit di tutto un anno. 
Un anno con un 17 di mezzo, per altro. 
E ci siamo divertite.
Tanto.
Senza fare niente.

40 giorni che non sono passati inosservati. 
40 giorni che mi hanno piegato la gobba, ed hanno moltiplicato le rughe. 
40 giorni che volevano piegarmi, ma non mi hanno spezzata.
40 giorni di frasi motivazionali, di autostima ringalluzzita forzatamente, di messaggi trattenuti perché lasciano un sorriso... 

...e rimane una consapevolezza, che trovo in una di quelle frasi trattenute sul telefono, che ogni tanto rileggo per me stessa... e che oggi mi sembra ideale: